Il reset della new economy
Negli ultimi dodici mesi sono stati definitivamente messi in discussione quei feticci tecnologici a cui erano state attribuite proprietà salvifiche e che avrebbero dovuto fare da volano per l’intera economia.
di Gianni Dominici
La crisi della New Economy ha definitivamente varcato i confini dell’arena finanziaria per investire la produzione e il mercato più ampio dei consumi. Del crollo della borsa ai livelli mondiale, europeo e italiano le società tecnologiche sono state le protagoniste se non, molto probabilmente, la causa stessa. Il Nuovo Mercato italiano sicuramente non è stato più fortunato del corrispettivo tedesco e la cronaca degli ultimi mesi non fa che confermare in maniera irrevocabile la profonda crisi dei titoli delle società tecnologiche.
Ma la crisi, appunto, non è solo finanziaria. I dati relativi agli andamenti in Italia del mercato dell’informazione e della comunicazione relativi al primo semestre del 2002 denunciano le difficoltà anche della dimensione reale del settore. Complessivamente, il comparto ha registrato una flessione pari all’1,2% rispetto al semestre dell’anno precedente. Solo lo scorso anno, invece, sia il settore delle telecomunicazioni sia quello tecnologico più in generale registravano ancora un incremento medio di oltre il 12%. Inoltre, le difficoltà investono il settore tecnologico in tutte le sue dimensioni: il mercato business come quello consumer, i personal computer come i mainframe, il consumo come gli investimenti in infrastrutture. Infatti, i dati semestrali sono esplicativi: la vendita dei personal computer nel primo semestre del 2002 è scesa dell’1,8% rispetto allo stesso periodo di riferimento dell’anno precedente, la vendita dei server è scesa di quasi il15% mentre il mercato delle workstation è crollato del 30%. Anche il promettente settore delle telecomunicazioni risente fortemente dell’attuale congiuntura che investe non solo il mercato dei terminali mobili ma anche, e soprattutto, quello delle infrastrutture: nel confronto tra i primi semestri degli anni 2001 e 2000 l’incremento percentuale era pari a +39,5%, il confronto, invece, tra il primo semestre del 2002 con quello dell’anno precedente evidenzia un crollo di oltre il 10% .
Come è arrivata la crisi, inizialmente solo finanziaria, ad intaccare il mercato dei consumi e degli investimenti? Negli ultimi dodici mesi sono stati definitivamente messi in discussione quei feticci tecnologici a cui erano state attribuite proprietà salvifiche e che avrebbero dovuto fare da volano per l’intera economia. Le attese, in pratica, si stanno dimostrando sproporzionate in confronto alle reali potenzialità che il settore delle tecnologie innovative potrà esprimere.
Il sovradimensionamento del fenomeno scaturisce da tre ipotesi e valutazioni genericamente assunte come vere e che invece, nel corso degli ultimi mesi, si sono poi dimostrate errate o comunque imprecise. La prima valutazione, che ha condizionato gran parte degli operatori economici italiani, soprattutto di medie e di grandi dimensioni, e che si è consolidata molto velocemente, è relativa alla presenza stessa su Internet. Con una velocità incredibile si è diffusa alla fine degli anni 90 la convinzione che nel business di Internet bisognasse esserci, comunque e a tutti i costi. Chi non investiva su Internet era fuori, era old e chi non era presente sulla rete non esisteva, al di là dei piani industriali e degli obiettivi statutari. Tra le tante esperienze, poi ridimensionate, basti pensare a quella di Mediaset con il portale Jumpy e, soprattutto, a quella della Fiat e della Efil con il portale CiaoWeb che vide la luce nel dicembre del 1999. Esperienza fallimentare di un portale generalista che avrebbe dovuto, secondo i vertici di allora, creare valore entrando in un settore ad elevati tassi di crescita. In verità, così come tante altre esperienze scaturite “dal dover esserci”, CiaoWeb si rivela per il Gruppo Fiat una inutile e dannosa esperienza tanto che dopo pochi mesi dalla sua nascita il portale viene ceduto alla Hachette-Rusconi.
Il secondo assunto si riferisce alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. La progressiva riduzione dei costi dal lato client (computer, connessione ad Internet, telefoni cellulari), così come l’esiguità degli investimenti iniziali richiesti per avviare iniziative (siti web, reti aziendali), hanno fatto credere che la diffusione delle nuove tecnologie fosse un occasione per tutti, anzi, che potesse essere un’occasione di riscatto per quei territori e quelle categorie sociali svantaggiati dall’economia prevalentemente industriale. Le reti annullano le distanze è stato lo slogan che per molto tempo ha guidato la diffusione delle Ict. In verità, anche questo assioma si è rivelato, con il tempo, sbagliato. Le categorie sociali più svantaggiate (per titolo di studio o condizione professionale), ad esempio, non accedono ad Internet perché non lo conoscono e non sono interessati ai contenuti che offre. Anche sul versante dell’offerta di servizi e di infrastrutture si è cominciata a riscontrare una progressiva discriminazione delle aree tradizionalmente svantaggiate. Fatti 100 i chilometri di fibra ottica posati in Italia solo l’11,5% sono localizzati al Sud contro l’oltre 30% del Nord Ovest e il 27% del Nord Est. L’analisi annuale della Rur sui siti della Pubblica Amministrazione mostra un progressivo ritardo nella qualità dei siti offerti dalle pubbliche amministrazioni locali del Sud. Anche in ambito politico oramai si è acquisita la consapevolezza che il tema del Digital Divide, cioè del rischio di esclusione sociale generato dalla diffusione delle nuove tecnologie, sia un rischio ed un problema concreto da scongiurare.
La terza tesi, infine, è stata quella la cui diffusione più di tutti ha determinato la definizione e la costituzione degli attuali feticci. Si è creduto, e per molti versi si crede ancora, che l’offerta di infrastrutture avanzate sia in grado automaticamente di generare un’offerta di servizi e di prodotti che a sua volta favorirà lo sviluppo di una domanda, da parte delle aziende e delle famiglie, di beni e servizi avanzati. E’ questo l’assunto alla base degli ingenti investimenti relativi sia ai cosiddetti telefoni di terza generazione sia alla larga banda.
La storia dell’Umts è in gran parte nota. L’asta per l’aggiudicazione delle licenze Umts si è conclusa con l’esborso da parte dello società aggiudicatarie (Tim, Omnitel, Wind, Ipse e Andala) di poco meno di 14 miliardi di euro. A questa cifra è necessario aggiungere quella relativa agli investimenti infrastrutturali stimata intorno ai 24 miliardi di euro. L’ipotesi di fondo era che l’investimento avrebbe generato automaticamente valore aggiunto sia per le società coinvolte che per il sistema economico in generale. Per ogni licenza attribuita, ad esempio, erano stati previsti 150 mila posti di lavoro per un totale, dunque, pari a 750 mila.
Il 2002 doveva essere l’anno del lancio definitivo del sistema e dei primi servizi. In verità, gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato che i processi avviati non sono così lineari. Le società aggiudicatarie delle licenze sono tutte in grandi difficoltà, l’avvio dei nuovi servizi sta subendo gravi ritardi e, in alcuni casi, si parla addirittura di rinuncia. Ancora non è chiaro quali servizi verranno lanciati e quali saranno i prodotti a disposizione delle famiglie e delle imprese e perché dovrebbero giustificare l’acquisto di un nuovo terminale da parte dei potenziali utenti. Alcune delle possibilità offerte dall’Umts sono in realtà già possibili con gran parte dei telefoni attualmente in circolazione, in particolare la modalità Gprs permette l’utilizzo del telefono per collegamenti ad Internet a velocità di tutto rispetto, ma la gran parte degli utenti preferisce limitarsi ad usare il telefono in modalità voce o per scambiarsi brevi messaggi di testo.
Analoghe considerazioni valgono per la larga banda intesa quale infrastruttura di nuova generazione basata sulle fibre ad alta capacità rispetto alla quale grandi aspettative sono state riposte in passato (basti pensare al piano Socrates messo a punto dall’allora monopolista Telecom) e dagli attuali operatori nazionali impegnati nella gara per cablare più chilometri possibili di strade urbane.
Eppure, a ben vedere, anche l’icona tecnologica della banda larga comincia a incrinarsi. Dal punto di vista tecnologico l’Adsl e l’Xdsl (cioè l’utilizzo digitale delle normali linee telefoniche) permettono soluzioni e velocità in grado di accontentare l’attuale domanda; i canali satellitari abbinati a nuovi prodotti tecnologici dal lato consumer permetteranno presto la Tv on demand, senza il bisogno di larga banda (ad esempio il Personal Video Recorder che Sky Italia molto probabilmente importerà in Italia dal Regno Unito). Di nuovo, così come per l’Umts, è difficile prevedere che la semplice opportunità tecnologica automaticamente faccia nascere servizi e domanda tali da giustificare gli ingenti investimenti. Probabilmente anche gli operatori si stanno in parte ricredendo: dei cinque milioni di chilometri di fibra ottica posata in Italia (di cui gran parte nelle città del Nord) solo 245.000 chilometri sono accessi, cioè realmente disponibili, ossia appena il 4,9%.
A fronte delle difficoltà dell’intero settore, sia a livello nazionale che internazionale, nel corso del 2002 sono emerse alcune tendenze di sicuro segno positivo:
- ad ottobre, finalmente, il governo ha dato un segnale d’apertura nei confronti del possibile utilizzo pubblico dei sistemi Wi-Fi, sistemi di trasmissione via radio, nati inizialmente per permettere la realizzazione di reti aziendali senza fili, e che, invece, si stanno dimostrando utili per creare servizi a banda larga anche alle imprese e ai cittadini. In alcune città medie europee le reti wireless sono una valida ed economica alternativa alle fibre ottiche tanto da preoccupare gli operatori impegnati a creare le infrastrutture tradizionali. In Italia, per ora, con atteggiamento eccessivamente difensivo si sta tentando di arginare il fenomeno non regolamentandone l’utilizzo per fini pubblici;
- le pubbliche amministrazioni locali confermano la loro vitalità nel promuovere iniziative innovative di governo locale tramite il ricorso alle nuove tecnologie. Nonostante il tentativo di razionalizzazione del piano nazionale per l’e-government, la telematica pubblica, infatti, trova ancora la sua migliore declinazione al livello dal quale sono nate sperimentazioni ed iniziative. E’ così che in città quali Torino, Bologna e Parma o in regioni quali la Liguria e l’Emilia Romagna (solo per citarne alcune) è possibile toccare con mano soluzioni tecnologiche ed organizzative che a livello nazionale sono solo annunciate;
- a fronte del generale ritardo del sistema economico nel suo complesso nell’adottare strumenti e soluzioni innovative, in alcune realtà distrettuali si colgono i segnali di un nuovo dinamismo. Le difficoltà e le diffidenze molto diffuse tra i piccoli e medi imprenditori nei confronti di una tecnologia, che spesso per sua natura è instabile, possono trovare un sostegno nel ricorso ad iniziative sistemiche nella dimensione locale. Anche in questo, solo per fare degli esempi, è utile citare l’esperienza di Dixet di Genova, un’associazione cui partecipano oltre 100 imprese del Distretto di Elettronica e Tecnologie Avanzate di Genova, o anche il portale degli ottici di Belluno, tramite il quale è stato implementata una piattaforma telematica di e-procurment per gestire ed evadere gli ordini.
Il fermento riscontrabile dimostra che lo sgonfiamento della bolla finanziaria e le incrinature delle icone tecnologiche non hanno però lasciato né un vuoto di esperienze né solo le ceneri degli insuccessi. Al contrario, il ridimensionamento dell’intero fenomeno ha ridato visibilità a quelle tecnologie e a quelle iniziative più conviviali lontane dalle speculazioni finanziarie e dagli eccessi del mercato. L’innovazione, quella più credibile, torna ad avere come terreno fertile, piuttosto che l’arena finanziaria, quel contesto fatto di sperimentazione e di concertazione attivo soprattutto a livello locale.
Testo tratto dal 36° Rapporto sulla situazione sociale del paese della Fondazione Censis
15 Marzo 2003
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