• Nuove sfide per le politiche abitative in un'Italia che cambia

Nella città globale vincono i servizi

La città motore dell'economia

di Giuseppe Roma, Segretario Generale Rur e Direttore Generale Censis

La popolazione mondiale è ormai grandemente una popolazione urbana: dei 6,5 miliardi di abitanti del mondo, 3,3 miliardi sono da considerarsi popolazione urbana. Nei primi anni Cinquanta 83 città o sistemi urbani avevano, nel mondo, più di 1 milione di abitanti; oggi siamo passati a 280 aggregati urbani.

La crescita dell'urbanizzazione nel contesto globale mostra caratteri diversi dall'urbanesimo che ha interessato tanta parte del secolo scorso. Se nelle regioni metropolitane dei paesi a più basso reddito convergono, tuttora, grandi masse di popolazione prevalentemente alla ricerca di opportunità per sopravvivere, le città dei paesi emergenti e di quelli sviluppati crescono in quanto luoghi deputati all'innovazione, allo sviluppo di nuovi servizi, al soddisfacimento di una rilevante quantità di bisogni per residenti, visitatori e turisti.

Molti dei fattori che stanno rivoluzionando il modello di sviluppo globale hanno un ambiente di coltura urbano. L'alta competenza delle risorse umane si forma nelle aree dove prospera la ricerca e la formazione avanzata, mentre la circolazione delle conoscenze e un diffuso benessere accrescono le forme di nuova creatività.

Le centralità urbane, poi, moltiplicano l'impatto positivo delle tecnologie informative, integrandole con l'industria dei media e il terziario della comunicazione. Come nodi di reti sempre più estese e interconnesse, attraggono flussi di mobilità e, con la popolazione immigrata, aprono le comunità locali ad una logica interculturale. Il turismo diviene un'attività economica pregiata e non più residuale, tanto da rivitalizzare il tessuto insediativo urbano attraverso la produzione artistica, nuove architetture di pregio, poli d'intrattenimento.

L'apertura dei sistemi nazionali ad una dimensione globale, rivoluziona i termini di una gerarchia urbana che fino ad un decennio fa' vedeva, specialmente in Italia, una dicotomia fra medie città dinamiche e ad alta qualità della vita, e grandi concentrazioni urbane stagnanti e informi (per qualcuno addirittura "deformi"). I distretti industriali guidavano i processi di sviluppo, mentre oggi è ormai chiaro che la ripartenza dell'Italia è provocata molto di più da un nuova rivoluzione imprenditoriale fondata sulla singola azienda, capace di cavalcare i fattori competitivi tipici della globalizzazione quali tecnologie, logistica, finanza, marchio, reti distributive, organizzazione manageriale.

Città medie, capitali di distretti produttivi come Vicenza, Treviso, Parma, Prato, Fermo, ecc. possono segnare eccellenze di nicchia oltre a elevati livelli qualitativi in termini di vivibilità, ricchezza, cura dell'ambiente urbano, ma difficilmente potranno rientrare in una competizione di vertice dove si sono, invece, affacciate città come Roma, Milano, Torino o, al limite, Verona o Genova, che meglio hanno saputo cogliere i segni della rivoluzione globale.

In quanto tramite fra l'economia nazionale e l'economia mondiale, le aree urbane presentano condizioni di maggiore differenziazione rispetto al passato. Seppur i servizi complessi tendono a concentrarsi nei poli più aperti e collegati con il resto del mondo, esistono ampi spazi anche per sistemi urbani intermedi. L'allargamento dell'orizzonte, ovvero delle prospettive spaziali ove la comunità urbana proietta le sue azioni e le sue aspirazioni, è forse il portato più nuovo del ruolo economico che stanno assumendo le città.

Le nuove gerarchie globali, tuttavia, non sono piramidali. Seppure per partecipare ai processi di rinnovamento è necessaria una massa critica consistente, la soglia minima di ingresso può essere relativamente bassa (potremmo prendere il milione di abitanti come riferimento). La mondializzazione funziona, infatti, per circuiti ormai sempre più specializzati tali da determinare molteplici reti di relazione funzionali entro cui le città tendono a ritrovare un proprio specifico ruolo, distintivo rispetto alla gran massa di realtà urbane prevalentemente ripiegate sulle relazioni locali e nazionali. Naturalmente ciò è evidente per grandi realtà tecnologiche e industriali che competono per affermarsi sui mercati come produttori di specifici beni. Ma altrettanto vale per i servizi la cui internazionalizzazione non è più limitata a macro categorie come la finanza o il turismo.

Potremmo concludere che la città, a tutte le scale e dimensioni, esce vittoriosa sul piano della produzione di reddito, delle attività economiche, dell'innovazione, della creatività. I pericoli vengono, tuttavia, dai fattori sociali, indispensabili per realizzare quel contesto accogliente e sicuro entro cui una comunità urbana può riconoscersi in una visione mondializzata. La socialità è messa a rischio dalle disuguaglianze implicite in processi di sviluppo condizionati dall'incertezza e dalla competizione.

La pressione competitiva rischia di sacrificare i valori di socialità: il passaggio da città manifatturiera a regioni urbane tecnologiche e produttrici di servizi può infatti dar luogo ad una forte polarizzazione nella struttura sociale. Si pone dunque il problema di mantenere coesa la comunità urbana. La pressione competitiva e la forza dirompente dell'economia rischia di sacrificare i valori di socialità che sono alla base del successo di una città visionaria aperta al macro cosmo globale.

La sfida è quella di costituire una vera comunità metropolitana, dove gli interessi parziali trovano la convergenza come condizione irrinunciabile per progredire, pena il regresso e la emarginazione dai grandi processi globali.



20 Giugno 2007




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