• Nuove sfide per le politiche abitative in un'Italia che cambia

Potenzialità e rischi dell'approccio strategico nel governo delle trasformazioni urbane

Le regole per fare strategia



di Giuseppe Roma, Segretario Generale Rur e Direttore Generale Censis

Le riflessioni teoriche degli ultimi anni sul tema della pianificazione strategica hanno ormai trovato riscontro, nel nostro Paese, in una diffusa e recente sperimentazione, che assume rilevanza quantitativa sempre maggiore.
Con riferimento alle politiche di sviluppo del territorio, oggi in Italia si producono numerosi documenti di prospettiva nei diversi livelli locali, ma soprattutto in quello comunale, che rimandano esplicitamente a questa dimensione. Documenti ed esperienze che, naturalmente, rispondono a domande in parte diverse e che originano da esigenze avvertite localmente o in risposta a stimoli all'innovazione provenienti dall'esterno (l'Europa, lo Stato centrale, la Regione).

La diffusione di pratiche innovative che fanno riferimento all'approccio strategico è avvenuta nel nostro Paese in un arco temporale di meno di dieci anni per effetto di una spontanea contaminazione, dello scambio di esperienze e di riflessioni, e grazie agli incentivi finanziari da parte dello Stato centrale e delle regioni. Naturalmente questo processo di diffusione (e anche di omogeneizzazione) delle pratiche non è di per sé automaticamente un fattore di innovazione. Il passaggio da poche esperienze pilota alle circa 70 attualmente censite pone evidentemente l'esigenza di qualche riflessione.

Senza dubbio operare una chiara selezione e definizione di obiettivi e priorità, in un'ottica di medio periodo, e cercare su queste di costruire condizioni di possibili convergenze tra gli attori locali può costituire una spinta alla condensazione degli interessi intorno a visioni che sappiano guardare al di là dei problemi contingenti. Nelle politiche pubbliche avere visione di futuro è diventato sempre più difficile, visto che spesso la logica del consenso impone un'agenda di priorità di corto respiro ma di immediata visibilità. Fare in modo che gli interventi a breve termine siano iscritti in una prospettiva di medio o di lungo periodo rappresenta dunque un importante cambio di prospettiva.

Tuttavia, un tale rapido e generalizzato successo rischia di indebolire lo strumento e di inflazionare le terminologie, piuttosto che rafforzare la cultura di governo del territorio locale.
Un primo rischio da tenere in considerazione è quello dell'affermarsi di una versione debole dell'approccio strategico, puramente retorica, che si traduce in una scarsa selettività dei temi e in una notevole genericità dei contenuti dei piani. C'è spesso un equivoco di fondo: il Piano Strategico non va inteso come spazio per la risoluzione di tutti i problemi del contesto urbano; in altre parole selezionare alcuni temi prioritari non significa escludere dall'agenda politica altri temi, ma individuare le questioni cruciali, quelle capaci di provocare un effetto "a catena" di cambiamento.

È, inoltre, necessario inserire le strategie locali in quadri di coerenza a scala di area vasta e regionale. La realtà locale non può prescindere dalle politiche strategiche regionali, statali e comunitarie, alla condizione però che le strategie sovraordinate lascino gli spazi di manovra necessari.
In particolare sul piano della competitività, si tratta anche di capire in quali ambiti un territorio può giocare una funzione di leadership, in quali deve riuscire a rafforzare la complementarietà con altre polarità giocando da partner, in quali altri non ha le carte per svolgere una funzione significativa.

Una seconda questione riguarda la reale capacità di innovazione che la pianificazione strategica ha sui comportamenti ordinari. Anzitutto all'interno delle stesse amministrazioni che del piano spesso sono promotrici, è spesso diffusa una certa inerzia rispetto a spinte innovatrici. Il pericolo è spesso quello di disintegrare nell'attuazione quello che il Piano Strategico aveva tentato di integrare a livello di programmazione. Anche nei rapporti con l'esterno, ad esempio nel rapporto con i comuni della corona e con la provincia, l'obiettivo dovrebbe essere quello di comportamenti improntati a una maggiore fiducia e volontà di cooperazione. Mettendo in rete i soggetti accomunati dall'impegno al cambiamento.

L'elaborazione della strategia deve nascere dal confronto costruttivo anche tra differenti modelli e differenti idee di città. Sarebbe estremamente limitante utilizzare queste procedure per legittimare indicazioni e scelte già decise in altre sedi o imposte da soggetti economici forti o da interessi particolaristici. Il consenso diffuso sull'idea di città proposta dal Piano Strategico, pur se ricercato, deve comunque prevedere la salvaguardia di visioni difformi che possono in futuro arricchire la natura evolutiva del processo di trasformazione.

Ragionare sul futuro può essere l'occasione per superare posizioni preconcette, veti incrociati, barriere sedimentate nel tempo. In quest'ambito un elemento critico è il rapporto con le rappresentanza politica. È evidente che il processo di pianificazione strategica, per la sua forte vocazione partecipativa e per le aree tematiche che affronta, può dare l'idea di sovrapporsi al "luogo naturale" della rappresentanza costituito dai Consigli Comunali. Occorre dunque evitare che gli organi della rappresentanza istituzionale possano sentirsi superati nel processo decisionale e nel ruolo di rappresentanza della società civile. Il ruolo dei Consigli, in altre parole, non può essere ridotto a una semplice adesione finale o ratifica del piano. Sembra dunque opportuno che in alcuni passaggi intermedi i Consigli Comunali siano coinvolti "formalmente e sostanzialmente" nel processo.

Un ulteriore tema è quello della possibile caduta di tensione successiva alle fasi di avvio del processo di pianificazione strategica o, se si vuole, dei meccanismi da attivare per un coinvolgimento e una responsabilizzazione permanente della società civile. In questo incide ovviamente anche il diverso orizzonte temporale tra il piano, i progetti che ne fanno parte e le politiche dell'ordinaria amministrazione.

In alto quadro di Claudio Giomi "Città vive, città caotiche, città avvenieristiche, città fantasma, città melanconiche...che emergono dai ricordi o che vivono nella fantasia di ciascuno di noi"



29 Marzo 2007




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